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Questa è una storia di passione e di colore, di genialità e di visioni, di furia e ribellione. Questa è la storia di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, chiamato “furioso”.

Nato a Venezia 500 anni fa, il 29 aprile 1519, Jacopo lo chiamano Tintoretto perché suo padre era tintore di stoffe. Il suo talento lo dimostra fin da bambino, Jacopo, quando inizia a mostrare una particolare passione per il disegno e per i colori che trova nel laboratorio del padre, tanto che questi lo invia presto a far la gavetta nella bottega di Tiziano.

Siamo nel ‘500, siamo a Venezia: l’ombelico del mondo, il centro di tutto, la Serenissima è in piena espansione, le scuole di pittura si contendono i nomi più importanti e sono in perenne competizione. Sappiamo però che Tiziano lo caccia, qualcuno dice per gelosia: Tiziano avrebbe venduto un disegno del ragazzo e il timore era la futura concorrenza. Ma la versione più accreditata è imputabile al temperamento ribelle del ragazzo.

Da qui la leggenda si mescola alla storia creando nuovi giochi di colori come su una tavolozza, un cocktail affascinante che il cinema prepara per noi: in occasione dell’anniversario dei cinquecento anni dalla nascita, nelle sale è arrivato Tintoretto – Un ribelle a Venezia, il docu-film firmato da Sky Arte dedicato alla figura di un pittore straordinario, mutevole e cangiante, istintivo e appassionato. Ideato e scritto da Melania G. Mazzucco e con la partecipazione straordinaria del regista Peter Greenaway, il film è narrato dalla voce di Stefano Accorsi.

Il cinema non poteva essere stregato dalla bellezza e ribellione scaturita da ogni suo tratto (veloce, leggero e intenso nello stesso tempo) del Tintoretto, che già a 21 anni si fregia del titolo di maestro: la sua ribellione e il suo talento lo portano a livelli inimmaginabili, ancora oggi, noi piccolissimi servi dei pixel e dei selfie con fotoritocco incluso.

Ma qual è questa grandezza? Quel tratto drammatico, deciso, veloce, quell’uso tragico del colore. Una cosa mai vista prima a Venezia tanto da suscitare clamore per quei “ghiribizzi” così descritti dall’artista e biografo Giorgio Vasari nelle pagine dedicate a lui: “…Con le nuove e capricciose invenzioni e strani ghiribizzi del suo intelletto che ha lavorato a caso e senza disegno, quasi mostrando che quest’arte è una baia”. Ma quei ghiribizzi erano e sono arte, non schizzi a casaccio. Esuberante, giudicato bizzarro all’epoca; proprio per questo geniale. Visionario, perché preannuncia a livello stilistico il dramma e l’emozione della pittura che sarebbe venuta dopo: quella barocca.

Basta volgere lo sguardo alla sua Ultima Cena, dipinto tra il 1592 ed il 1594. Il fondo è bruno, creato con un impasto di residui di tavolozze. La prospettiva è artificiosa: gli apostoli non sono al centro della scena, e la luminosità è su tre livelli: spirituale, religiosa e profana. Il risultato è un’unica, grandiosa rappresentazione teatrale. Che è diventata arte. E settima arte.