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Una voce calda e ruvida come la sua manca alla musica italiana ormai da 20 anni: l’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André se ne andò lasciando in eredità decine e decine di storie che come una lama riescono ancora ad incidere valori preziosi nelle vite di chi l’ha amato.

L’ho conosciuto così: un 33 giri polveroso nella vecchia cameretta di mio padre. Era un’edizione particolare, registrata durante i live del ‘79 con la PFM a Firenze e a Bologna.

Fabrizio De André all’epoca non sapeva che di lì poco sarebbe stato rapito assieme alla compagna Dori Ghezzi, restando mesi interi nelle mani di rapitori senza volto: era un periodo assurdo, che tutti ricordano con rammarico, durante il quale certe notizie nefaste erano all’ordine del giorno.

Nel 1979 De André era alla soglia dei quarant’anni. Lui, nato nel 1940, era stato costretto a vivere il periodo della guerra lontano dalla sua Genova, nella villa di famiglia a Revignano d’Asti, dove ha maturato quell’attaccamento embrionale alla terra e ai lavori agricoli; che l’hanno portato negli anni ad acquistare appezzamenti di terreno in Sardegna per costruirvi la propria azienda.

L’anno appena concluso ci ha lasciato un film su Fabrizio De André, un biopic che va oltre la narrazione della carriera dell’artista e che si insinua nelle pieghe della sua formazione anticonformista, fatta di eccessi ma anche di un forte amore per la vita.
Fabrizio De André – Principe Libero è una pellicola del regista Luca Facchini che vede Luca Marinelli nei panni del cantautore italiano. La narrazione prende il via proprio dal sequestro della coppia De André – Ghezzi (la quale ha partecipato attivamente alla sceneggiatura del film) per tornare con un flashback agli scontri iniziali di Fabrizio con i genitori e i discografici, e cavalcare poi verso il meritato successo dell’uomo e dell’artista.

Nel 1979 Fabrizio De André era un artista ormai conosciuto e apprezzato per quanto piuttosto rivoluzionario, un pioniere tra i cantautori, impegnato a “sollevare la vernice delle cose per smascherare il bello e il brutto, la rabbia e l’utopia, la viltà e la nobiltà che sono nelle cose, cioè nella vita. Così lo descrive nel 2002 il biografo e giornalista musicale Cesare G. Romana, amico di vita di Fabrizio.

Faber“, come lo chiamava l’amico di sempre Paolo Villaggio perché, diceva, De André aveva una predilezione per le matite Faber-Castell e l’assonanza con il suo nome era forte.

Faber, dicevamo, era un giovane fuori dagli schemi anche per l’epoca in cui quel certo Domenico Modugno intonava a braccia aperte “Volare, oh oh…”, sconvolgendo la critica musicale e conquistando il pubblico comune.

“Credo che lei sia un genio. Ma di dischi ne venderà pochi gli aveva detto Romana dopo aver letto il testo de La canzone di Marinella. Se col tempo lui ha dovuto ricredersi, certo è che almeno all’inizio, Fabrizio De André ha faticato a permeare la società con le sue storie. O almeno, la difficoltà per lui è stata quella di scavare una breccia per poter abbattere stereotipi e tabù.

La rivoluzione di De André ha interessato entrambi gli elementi che formano una canzone: il testo e la musica. Io amo definirlo un “aedo moderno”, un cantastorie che accompagnato dalla sua chitarra si siede tra la gente e narra storie di persone umili e reiette. Mi riesce anche di immaginarlo, in un’altra epoca, al centro di una piazza attorniato da un capannello di persone che ascoltano estasiate storie vere e pregne di significato, che loro neanche saprebbero da che parte cominciare a raccontarle.

Faber invece lo sapeva fare e ogni volta che lo si ascolta, inganna e stupisce: non esiste un ritornello, non esistono le strofe, tutto il testo ha la medesima importanza e la musica suggerisce lo stato d’animo allo spettatore. Perché ascoltare De André è come leggere una fiaba e figurare nella propria fantasia quello che succede ai personaggi. Come non immaginare il pescatore in riva al mare che all’ombra dell’ultimo sole si assopisce per sempre, mentre sul suo viso resta un solco che, se si osserva meglio, può sembrare un sorriso…

20 anni fa come oggi, l’11 gennaio, quel pescatore se ne andò davvero. Aveva solo 59 anni e Fabrizio De André aveva ancora tanto da dire. A volte mi chiedo come risolverebbe in musica le vicende del nostro tempo, ma mi rendo conto che ciò che lui ha scritto in quarant’anni di carriera ha valore ancora oggi. Allora, lo ascolto quel vinile e mi dico che si, Faber è ancora qui.

Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi non serve a niente
tanto all’inferno ci sarò già”.
Il Testamento (1968) – Fabrizio De André